Solenni onoranze in memoria del dialetto, a Vicenza, nei primi mesi del corrente anno 2003. La presentazione del vocabolario tecnico-storico del dialetto del territorio vicentino, intitolato La sapienza dei nostri padri, a cura dell'Accademia Olimpica, e incontri municipali con i poeti dialettali nella Sala degli Stucchi di Palazzo Trissino, hanno confermato che il vernacolo è sempre più campo di competenza degli eruditi del vecio parlar, oltre che dei coltivatori del neodialetto nell'hortus conclusus del dialettorum. Laddove non è in discussione l'importanza culturale delle ricerche scientifiche riguardo al passato, naturalmente, giacché per capire dove si va, bisogna pur sapere se non altro da dove si viene.
I rintocchi funebri intorno al dialetto si susseguono ormai da quarant'anni, perlomeno, da quando Luigi Meneghello pubblicò Libera nos a Malo nel 1963. Dal momento che si faceva della filologia, voleva dire che la creatività era andata a farsi benedire. Ancorché nel caso di Meneghello si sia parlato di "filologia poetica". Con motivate ragioni, nell'introduzione all'antologia Intimo parlar (1997) dedicata alla "poesia del Novecento nei dialetti veneti", il curatore Giorgio Faggin si domanda se ha ancora senso scrivere in veneto, di fronte agli sperimentalismi "da laboratorio" dei poeti cosiddetti neodialettali. Autori che non scrivono più per la loro gente, ma si rivolgono "prevalentemente ai critici letterari e i docenti universitari".
Da una inchiesta svolta ancora negli anni '70, condotta sotto l'egida del linguista Bruno Migliorini, e raccolta da Walter Della Monica nel libro I dialetti e l'Italia (1981), si ebbe come risultato un concerto di campane a morto. Rintocchi risuonati quindici anni dopo anche nel Sussidiario di cultura veneta (1996), a cura di Manlio Cortelazzo e Tiziana Agostini. Se gli idiomi locali non vivono più, è perché si è trasformato il mondo rurale e artigiano nel quale crescevano come piante spontanee. Talché un Ermanno Olmi, per il film L'albero degli zoccoli (1978), doveva rimediare con un doppiaggio in italiano, risultando proibitivo l'originale vernacolo bergamasco. Molti perciò i rimpianti tra gli addetti ai lavori, e tra i più inconsolabili i soliti nostri: i vicentini Neri Pozza e Mario Rigoni Stern. Ma che scrivere in dialetto fosse un lavoro da becchini delle lingue morte, la conferma veniva dal trevisano Andrea Zanzotto, allorché affermava: "Per i filò non c'è più spazio, e il dialetto sta morendo. Siamo un po' tra fantasmi". Anche se nella nota ai testi di Filò, amava parlare di "dialetti uccisi e mai morti". Invece con arguzia si era rammaricato il romagnolo Marino Moretti, nelle sue poesie: "Non so parlare il dialetto / del mio paese, non so/ dir nulla a nessuno, e perciò / son cittadino sospetto". Ma come certifica oggi il vicentino Fernando Bandini: "Sta lingua mi / la so ma no la parlo, / la xe lingua de morti".
Se un acrimonioso Goffredo Parise dichiarava in modo drastico: "Sono sempre stato contrario al dialetto scritto. Non ho mai amato la narrativa e la poesia dialettale", un icastico Giuseppe Berto tracciava una parabola chiarificatrice: "Si pensi al veneto di Ruzante, a quello di Goldoni, al veneto d'oggi: la tragedia, la commedia, l'artificio". Sicché un altro autore veneto, Sandro Zanotto, poteva asserire: "I dialetti sono ormai lingue morte e il loro recupero è avvenuto solo in chiave colta: l'attuale poesia in dialetto è quindi paragonabile al recupero del latino nel Quattrocento. Anche se si sono avuti alcuni grandi risultati, si tratta di un fenomeno circoscritto a una aristocrazia letteraria, destinato a sfociare negli sterili studi linguistici".
Il dialetto dunque come il latinorum di don Abbondio, per confondere i semplici, che i se ga ciapà indrìo? Il dialetto, per dirla con il titolo di una accreditata antologia, da "lingua della realtà" è diventato "lingua della poesia". Ma di quale poesia? No certo di quelle composte in un parlar da baùchi, caro ai verseggiatori estemporanei, in base a una concezione sentimentale del vernacolo de 'sti ani, arretratezza a suo tempo denunciata da Gino Nogara nella sua veste di presidente del premio di poesia Città di Thiene. Contro il dialetto generico dei riti conviviali e delle sedute "accademiche", già negli anni '30 erano insorti i polesani, con in testa il rovigotto Eugenio Ferdinando Palmieri vicentino di nascita, il quale affermava: "Non son più poeta veneto, ma polesano". Non per niente il triestino Virgilio Giotti e il veneziano Giacomo Noventa avevano scritto un dialetto non vernacolare, non legato a un gergo quotidiano, secondo l'enunciato poetico dello stesso Noventa: "Parché scrivo in dialeto? / Dante, Petrarca e quel dai Diese Giorni / gà pur scrito in toscan. / Seguo l'esempio". Quindi specificava: "Mi me son fato 'na lengua mia / del venezian, de l'italian".
Ma si trattava pur sempre di un linguaggio ch'esprimeva cose, immagini, idee, affetti, secondo quello che metteva in poesia due secoli fa Carlo Porta, con I paroll d'on lenguagg. Ora invece il linguaggio è fine a sé stesso, il neodialetto è diventato uno slambròt, materiale da laboratorio e da officina letteraria, "cosa nostra" di accademici ed esteti, retori e sperimentatori, pane e companatico per glottologi e filologi. Niente a che vedere con una nuova scoperta del linguaggio comunicativo, come nelle buffe licenze poetiche di Aldo Palazzeschi, o nella nuda parola di Giuseppe Ungaretti.
Tutto quello che resta ormai dei dialetti sono versioni regionali dell'italiano, ad uso pratico e consumo giornaliero. La loro limitatezza è dimostrata in ogni caso dall'impiego in prevalenza parlato e recitato, nel teatro o nella poesia di un mirabile Biagio Marin, essendo inconcepibile il dialetto nella prosa critica, saggistica e scientifica. Nella stessa Repubblica di Venezia, dove si parlava sempre il venezian anche nelle sedute del Maggior Consiglio, gli atti pubblici erano redatti in lingua; e sarò proprio il veneziano Pietro Bembo, con le Prose della volgar lingua (1525), a stabilire le fondamentali regole grammaticali dell'italiano, tratte dal Petrarca e dal Boccaccio. Nella narrativa il vernacolo può sempre essere introdotto in funzione espressiva, per ravvivare e rinvigorire la koinè, la lingua comune, oppure con intenti espressionistici, come nel maccheronico e nel pastiche, dove spicca un Carlo Emilio Gadda. Ma in questo senso la sua funzione non è diversa dall'apporto dei gerghi delle moderne professioni, dei massmedia, della pubblicità, dell'informatica, linguaggi fatti propri dalle avanguardie, dal futurismo, dalla pop art, dal postmoderno. Addirittura, osserva il vicentino Meneghello grammatico in Maredè, maredè... (1990), in alcuni esempi di trasporti linguistici "l'originale vitalità dialettale non si attenua, anzi sembra intensificarsi".
Ultimamente l'estetologo Stefano Zecchi, commentando l'incerta sopravvivenza dei dialetti, di fronte al dominio della lingua nazionale e alla diffusione capillare dell'inglese, ricordava che "il mito della Torre di Babele spiega come l'unità linguistica dei popoli fosse un segno della loro potenza che, nel momento in cui fu usata per oltraggiare Dio, venne distrutta. Di conseguenza, la testimonianza della debolezza degli uomini furono e loro divisioni rappresentate proprio dalle differenze di lingua". Tuttavia, possiamo convenire con le sue conclusioni: "Fatta salva la necessità di mantenere alta la qualità dello studio della lingua italiana, cercare di mostrare il valore delle nostre tradizioni dialettali, è un buon antidoto contra la perdita di espressività, provocata dalle semplificazioni e dagli anglismi di Internet e dei nuovi linguaggi informatici".
Perciò parlare come che se magna, è più che giusto, ma molto più importante è scrivere come si pensa. Per quanto lo riguardava, Eugenio Montale pensava in lingua, e diceva di non conoscere giovani che pensavano in dialetto. Ad ogni buon conto, se c'è ancora chi si ostina a conservare amorosamente le ceneri del caro estinto nell'urna, il suo è un nobile sentire che merita rispetto. Purché non si pretenda poi di fare baldoria, col morto in casa, da far correre il pensiero a uno sghignazzante titolo del 1932 di Delio Tessa milanese: L'è el dì di mort, alegher!
Stefano Ebert
(2003)